Questioni d’identità

Nell’eterno tentativo di ricongiungermi ai miei lineamenti, oggi sono andata dal parrucchiere. Lo faccio due tre volte l’anno, non di più. Da che ricordi, al parrucchiere ho sempre associato un senso di smarrimento e inadeguatezza. Che, senza ombra di dubbio, mi deriva dai genitori, e in particolare da mia madre che non è mai stata campionessa di arti femminili e che quindi, al posto della self-confidence delle mie compagne di classe sin dalle scuole medie mi ha trasmesso una strafottenza da maschiaccio associata alla mancanza di abilità sociali nonché, ciliegina sulla torta, una tirchiaggine forte della convinzione che 40 euro sia un prezzo inaccettabile per un taglio. Infatti scrivono taglio 20 euro (il suo prezzo, evidentemente), il resto sono shampoo e piega. Ragion per cui dal parrucchiere ci andavo coi capelli appena lavati e ancora bagnati (Li ho lavati a casa, grazie) e scappavo prima che me li asciugasse, temendo la messa in piega, che comunque mi faceva sempre schifo – quando non riuscivo a scappare in tempo, non ero abbastanza scattante e l’assistente di turno iniziava ad armeggiare col phon prima che potessi svignarmela e pagare coi 20 euro (contati) che avevo nel portafoglio, la piega mi faceva talmente schifo che correvo a casa a lavarmi i capelli e asciugarli a modo mio.

Ho continuato in questo modo per tutta la mia lunga trasferta a Torino (ci ho passato 10 anni), nonostante lavorassi, più o meno, e non avessi figli o mutuo, quindi in sostanza nessuna necessità di fare una figuraccia due tre volte l’anno.

Adesso ho perso brillantezza, si vede, perché vado dal parrucchiere coi capelli asciutti, me li faccio lavare, se mi chiedono se voglio la maschera o surrogati dico di sì (e aggiungo pure Grazie), mi siedo e sto buona e tranquilla mentre i miei capelli vengono tagliati, asciugati, tagliati ancora un po’ (strategia imbattibile), stirati piastrati incerati. Non mi lamento (anzi sorrido, cerco di essere incoraggiante, di comunicare che non m’importa dei capelli e che mi fido, mi fido moltissimo della professionalità del parrucchiere a cui mi sono rivolta – sempre diverso, beninteso), non scappo via, anche se vorrei farlo perché l’intero processo è di una noia mortale alleviata solo dalle endorfine delle mani sulla testa e dei profumi agrumati di prodotti cosmetici, non scappo via perché sarebbe una terribile mancanza di rispetto nei confronti di quest’uomo calvo che parla poco e s’impegna, si vede. È il titolare e ha investito così la sua vita professionale. Non si può davvero scappare prima che finisca il lavoro. Allora aspetto, aspetto, cerco di concentrarmi sulle rare canzoni decenti che passano alla radio, penso alla mia vita in funzione del mio rapporto con i parrucchieri, e alla fine ringrazio, mi alzo, pago (42 euro mi sembrano anche pochi per tutto quel tempo che ha passato dietro i miei capelli), ringrazio di nuovo. Quando arrivo a casa mi caccio sotto la doccia, lavo i capelli e davanti allo specchio cerco, come sempre, di ricongiungermi ai miei lineamenti.

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