Il teatro

Un vecchissimo raccontino…


Aveva la nausea e ogni cosa le sembrava deforme.

Il sole abbagliante dell’estate cuoceva i rifiuti lasciati a marcire nelle strade polverose di Porta Gioconda mentre Lucilla avanzava pesantemente sul selciato pieno di buche, sudando.

Il fagotto che si trascinava dietro le rendeva il cammino difficoltoso e il suo corpo non aiutava, in quanto a peso. E ingombro, aggiunse tra sé e sé, per onestà intellettuale. 

In poco più di un metro e mezzo di altezza era distribuita la massa di un bue, muscolatura compresa. Non era certo quel tipo di ragazza che si potesse definire un bocconcino, ma i lineamenti del viso erano aggraziati quando non sbuffava come un mantice per lo sforzo, e i capelli rossi e lisci, se pettinati, risplendevano di luce propria.

Tutto questo, però, non rivestiva per Lucilla la minima importanza, perché lei aveva la Voce.

Il suo primo ricordo, vecchio circa di vent’anni, era della nonna che nella casa della sua infanzia le diceva con le lacrime agli occhi:- Tu hai un dono Lucilla, hai la Voce, hai una bellissima voce che ti porterà a far strada nel mondo.

Beh, senz’altro di strada ne aveva fatta: a piedi, a cavallo o in carrozza, talvolta a dorso di mulo. Aveva girato in lungo in largo, cantando, ma non si era mai esibita nella Città.

Era nervosa, tanto che il pranzo le era rimasto sullo stomaco e minacciava ogni tre passi di tornare da dove era venuto.

Presto sarebbe arrivato il tramonto, si diceva per farsi coraggio, la temperatura sarebbe scesa, il puzzo sarebbe stato meno intenso, lo sfregare delle cosce meno fastidioso. Il dolore ai piedi invece sarebbe rimasto, anzi peggiorato, ma ci era abituata.

Il quartiere di Porta Gioconda sembrava infinito da attraversare, i volti degli abitanti sempre più emaciati man mano che si allontanava dalle mura cittadine.

Quando finalmente il sole fu tramontato Lucilla si fermò a riprendere fiato, rapita da una melodia dolce. In una nicchia minuscola scavata nel muro di una casa sedeva un suonatore. Era vecchio ma le dita non avevano perso l’elasticità della giovinezza, le sue note erano fluide e il violino sembrava un prolungamento del suo corpo. Ai suoi piedi giaceva un cappellaccio con qualche moneta. Lucilla distolse lo sguardo. Non doveva fissarsi su quei pensieri poco costruttivi proprio quella sera. Quella sera, no. Non voleva lasciarsi commuovere da quel vecchio violinista che faceva la fame, né infervorarsi pensando all’ingiustizia delle accademie musicali riservate a pochi eletti danarosi. Quella sera no, non avrebbe rimuginato su quei pensieri: doveva concentrarsi, rendersi presentabile, scaldare la voce.

Canticchiando e riprogrammando la serata per l’ennesima volta arrivò sulla linea di demarcazione tra Porta Gioconda, uno dei quartieri più poveri della città, e Piazza Duca Sigismondo, nota come la Piazza del Teatro.

Appena svoltato l’angolo, senza alcun preavviso, Lucilla lo vide oltre le fronde degli alberi sul viale, il Teatro Ducale. Era grande, come glielo avevano descritto, ma era anche di più. L’entrata era quella di un tempio, in marmo bianco, millenaria, e l’edificio si allungava in una serie armonica di portici dalle colonne esili e capitelli dal decoro finissimo, disseminati di statue, panchine e fontanelle.

Con uno sforzo distolse lo sguardo, una volta memorizzata la posizione del Teatro, e cercò un bagno pubblico in cui prepararsi: doveva lavarsi e cambiarsi, pettinarsi e truccarsi prima dell’esibizione di quella sera.

Quando uscì dai bagni la Città era buia. La piazza era lastricata di pietre grigie perfettamente allineate a formare un disegno labirintico, che sfumava nelle parti in ombra. Qui, poco distante dall’ingresso del Teatro, s’intravedevano le figure ingobbite dei mendicanti, disposte su una lunga fila ad aspettare l’elemosina del pubblico. Del suo pubblico, pensò Lucilla.

Ed ecco la pietà insopportabile che la schiacciava come un macigno. La pietà per tutti i mendicanti e i cantori di strada, i giocolieri e i pittori che non avevano di che vivere, se non la loro arte.

La pietà per se stessa, che avvicinandosi alla lunga schiera di pezzenti cenciosi e al loro odore inconfondibile si toglieva l’enorme fagotto dalle spalle, ne estraeva un piccolo palchetto di legno e vi gettava ai piedi un vecchio cappello. Poi saliva il gradino, prendeva la lira per accompagnare il canto e iniziava la sua esibizione nella Città, guardando il Teatro.

I mendicanti la fissavano estasiati.

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