Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni – Philip K. Dick

 

Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni

di Philip K. Dick

[Philip K. Dick, 1978, 1985. Testi integrale: http://mikeplato.myblog.it/archive/2011/07/03/come-costruire-un-universo-che-non-cada-a-pezzi-dopo-due-gio.html ]

Propongo la lettura di alcuni pezzi di questo saggio scritto, a mio parere, da un grande autore del 900, che è riuscito a ritrarre lo spirito del suo tempo, con tutte le contraddizioni del caso.

Come costruire un universo è senz’altro un must per i lettori (e soprattutto per gli autori) in generale… di fantascienza in particolare.

Passaggi scelti:

Gli scrittori di fantascienza [science fiction], mi dispiace dirlo, non sanno un bel niente. Non possiamo parlare di scienza, perché le nostre conoscenze sono limitate e informali, e di solito la nostra fiction è terribile. Sino a pochi anni fa, nessun college o istituto universitario si sarebbe mai sognato di invitarci a tenere discorsi. Eravamo misericordiosamente confinati in spaventose riviste pulp e non impressionavamo nessuno. A quei tempi, gli amici mi domandavano: “Ma non stai scrivendo niente di serio?“, intendendo dire: “Non stai scrivendo qualcos’altro, oltre alla fantascienza?”. Bramavamo di essere accettati, anelavamo a essere notati. Poi, all’improvviso, il mondo accademico si è accorto di noi, hanno cominciato a invitarci a tenere discorsi e a partecipare a convegni, e noi ci siamo immediatamente resi ridicoli. Il problema è semplice: ccosa sa lo scrittore di fantascienza? Su quale argomento è competente?

Ebbene, vi parlerò dei miei interessi, di ciò che io considero importante. Non posso spacciarmi per un’autorità in nessun campo, ma posso dire in tutta sincerità che alcune materie mi affascinano moltissimo, e passo tutto il mio tempo a scriverne. Le due questioni che più mi affascinano sono: “Che cos’è la realtà?” e “Che cosa caratterizza l’autentico essere umano?”.

Nel 1951, quando ho venduto il mio primo racconto [Roog], non avevo idea che si potessero affrontare simili argomenti nel campo della fantascienza. Ho cominciato a farlo inconsapevolmente. Il mio primo racconto aveva per protagonista un cane, il quale credeva che i netturbini che arrivavano ogni venerdì mattina rubassero del cibo prezioso che i suoi padroni avevano previdentemente immagazzinato in un sicuro bidone di metallo. Ogni giorno i membri della famiglia portavano fuori sacchetti di carta pieni di buon cibo stagionato, li stipavano nel bidone di metallo e richiudevano con cura il coperchio. Quando il bidone era pieno arrivavano quelle orribili creature e rubavano tutto tranne il contenitore. Alla fine del racconto, il cane comincia a immaginare che un giorno i netturbini avrebbero mangiato anche i suoi padroni, oltre a rubare il loro cibo. Naturalmente, quanto a questo, il cane si sbaglia. Tutti sappiamo che i netturbini non mangiano le persone. Ma la deduzione del cane, in un certo senso, è logica, sulla base degli elementi a sua disposizione. Il cane del racconto è ispirato a un cane reale che osservavo spesso, cercando di entrare nella sua testa e di immaginare quale fosse il suo modo di vedere il mondo. Di certo, mi dicevo, vede il mondo in modo molto diverso dal mio, o da quello di noi umani in generale. E allora ho cominciato a pensare che forse ogni essere umano vive in un mondo assolutamente unico, tutto suo, un mondo diverso da quelli abitati ed esperiti da ogni altro. E sono così giunto a domandarmi: se la realtà è diversa per ciascuna persona, è possibile parla re di una realtà singolare o dovremmo forse parlare invece di una pluralità di realtà? E se vi è una pluralità di realtà, ve ne sono di più vere (o reali) di altre? E che dire del mondo di uno schizofrenico? Forse non è meno reale del nostro. Forse è impossibile affermare che noi siamo in contatto con la realtà e lui no, e dovremmo semplicemente dire che la sua realtà è talmente diversa dalla nostra che lui non è in grado di spiegarcela, così come noi non riuscia mo a spiegargli la nostra. Il problema, allora – se i mondi soggettivi vengono esperiti in modo troppo diverso – è che si verifica un crollo della comunicazione… nel qual caso si ha davvero una malattia.

Scrivendo romanzi e racconti in cui si poneva la domanda “Che cos’è la realtà?”, avevo sempre nutrito la speranza di trovare, un giorno, una risposta. Credo che fosse anche la speranza di molti lettori. Gli anni passavano. Avevo ormai scritto più di trenta romanzi e cento racconti, e ancora non ero riuscito a capire che cosa fosse reale. Un giorno una studentessa di college canadese mi ha chiesto una definizione della realtà, che le serviva per un saggio che stava scrivendo per il corso di filosofia. Voleva una risposta sintetica, in una sola frase. Ci ho riflettuto e le ho detto: “La realtà è quella cosa che, anche se si smette di credervi, non scompare”. È il massimo che mi sia sentito di affermare. Questo episodio risale al 1972. Da allora, non sono riuscito a trovare una migliore definizione della realtà. Ma il problema è concreto, non solo un giochetto da intellettuali, perché viviamo in una società in cui mezzi di comunicazione, grandi corporation, gruppi religiosi e politici producono realtà artificiali a getto continuo, ed esistono dispositivi elettronici atti a instillare questi pseudomondi nella mente di chi legge, osserva o ascolta.

Così, nei miei scritti, non smetto di domandare che cosa è reale. Perché siamo incessantemente bombardati da pseudorealtà prodotte da gente estremamente sofisticata che adopera dispositivi elettronici altrettanto sofisticati. Non diffido dei loro moventi. Diffido del loro potere. Ne hanno moltissimo. Si tratta dello stupefacente potere di creare universi, universi della mente. Dovevo immaginarlo. Io faccio la stessa cosa. Creare universi in cui ambientare romanzi sempre nuovi è il mio lavoro. E devo costruirli in modo tale che non cadano a pezzi dopo due giorni. Perlomeno, questa è la speranza dei miei editori. Comunque, voglio svelarvi un segreto: a me piace costruire universi che cadono a pezzi. Mi piace osservarne lo scollamento, e vedere come i personaggi dei romanzi affrontano il problema. Ho una segreta attrazione per il caos.

Non crediate – e dico sul serio – che l’ordine e la stabilità siano sempre un fatto positivo, in una società o in un universo. Il vecchio, ciò che è ormai fossilizzato, deve fare largo alla nuova vita e alla nascita di nuove cose. E prima che queste possano nascere, devono morire quelle vecchie. Questa intuizione ha un che di rischioso, perché implica che alla fine dovremo separarci da ciò cui siamo più affezionati. E questo fa male. Ma fa parte della sceneggiatura della vita. A meno che noi non si riesca ad adattarci psicologicamente al mutamento, siamo destinati a morire, interiormente.

Parmenide, filosofo presocratico greco, insegnava che le uniche cose reali sono quelle che non cambiano mai… mentre Eraclito insegnava che tutto cambia. Se si combinano queste due concezioni, ne risulta che nulla è reale.

Realtà false genereranno esseri umani falsi. Oppure falsi esseri umani produrranno false realtà e le venderanno ad altri esseri umani, trasformandoli, infine, in contraffazioni di se stessi. Alla fine, ci ritroviamo con falsi esseri umani che inventano false realtà per spacciarle ad altri falsi esseri umani.

Naturalmente, nel campo della science fiction nessuno pretende che i mondi descritti siano reali. Per questo si parla di fiction. Al lettore viene preventivamente detto di non credere a quello che sta per leggere. Allo stesso modo, i visitatori di Disneyland sanno benissimo che mister Toad non esiste e che i pirati sono animati da motori e servomeccanismi, relè e circuiti elettronici. Dunque, non vi è alcun inganno. Eppure, la cosa strana è che, in un senso estremamente concreto, molto di quanto viene definito “science fiction” è vero.

Questo è il punto: non se l’autore o il produttore ci credono, bensì se quel che dicono è vero. Perché, come per accidente, mentre sono alla ricerca di una buona storia, un autore di fantascienza, un produttore o uno sceneggiatore potrebbero anche imbattersi nella verità… e accorgersene solo in un secondo tempo. Lo strumento essenziale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se siete in grado di controllare il significato delle parole, sarete in grado di controlla re le persone che devono utilizzarle. George Orwell ha chiarito questo punto nel suo romanzo 1984. Ma un altro modo di controllare le menti delle persone è quello di controllare le loro percezioni. Se riuscite a far loro vedere il mondo nel modo in cui lo vedete voi, allora penseranno come voi. La comprensione fa seguito alla percezione.

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