Manuale eclettico di semiotica

Introduzione

Dal Manuale di Semiotica di Ugo Volli, Editori Laterza, Bari, 2006

1. Introduzione

La SEMIOTICA è la disciplina che studia i segni, il senso, la comunicazione.

Per gli argomenti che tratta ha origini antichissime (radicate nella Grecia classica).

Come scienza moderna si è suddivisa tra ‘800 e ‘900 in due tronconi:

– da una parte Ferdinand de Saussure (linguista svizzero) la considerava disciplina madre della linguistica;

– dall’altra Charles Sander Peirce (filosofo statunitense) la concepiva come una disciplina prevalentemente filosofica apparentata alla logica e alla fenomenologia.

Questa distinzione è presente ancora oggi, incarnata nelle due correnti principali del lavoro semiotico contemporaneo:

– la semiotica strutturale o generativa, che si rifà al lavoro di de Saussure, portato avanti da Hjemslev, Lèvi Strauss e soprattutto Greimas;

– la semiotica interpretativa, sviluppata a partire da Peirce, il cui esponente principale è Umberto Eco.

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Approfondimenti

Eco, Trattato di semiotica generale

Greimas e Cortès, Semiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggio

Wiki – Semioticahttp://it.wikipedia.org/wiki/Semiotica

Wiki – Glossematicahttp://it.wikipedia.org/wiki/Glossematica

Wiki – Lèvi Strausshttp://it.wikipedia.org/wiki/Claude_L%C3%A9vi-Strauss


Comunicazione

Primo assioma della comunicazione: “Non è possibile non comunicare”

Comunicare significa semplicemente diffondere informazione su di sè, avere un qualche aspetto che viene interpretato, significare, avere senso.

Il mondo ci appare sensato: vediamo le cose e i comportamenti secondo certe categorie.

Il comportamento (o la sua assenza) di ogni ente è una potenziale sorgente di comunicazione.

Questo fatto, che il mondo abbia senso, questa condizione di ricchezza di senso, prende il nome di SIGNIFICAZIONE.

Sulla base dell’ipotesi che tutto ciò che accade abbia senso, noi costruiamo delle regole ipotetiche per spiegare quel che accade e le applichiamo ai casi che stiamo esaminando. Questo processo, teorizzato da Peirce, prende il nome di Abduzione.

La significazione è diversa dalla comunicazione vera e propria, in quanto la COMUNICAZIONE prevede che ci sia qualcuno (un emittente) il quale trasmette qualche cosa (un messaggio o testo) a qualcun altro (un destinatario).

In questo processo c’è un lavoro da parte dell’emittente che deve dare forma al messaggio, ma anche da parte del destinatario che deve interpretare il messaggio.

Si può produrre comunicazione modificando la significazione di un oggetto (ad esempio truccandosi o vestendosi in un certo modo, ottenendo una certa immagine). Spesso la significazione nasconde una comunicazione vera e propria

I fenomeni semiotici della significazione e della comunicazione si incrociano fittamente e si contengono spesso l’un l’altro a diversi livelli.

L’INFORMAZIONE è un concetto ancora diverso: può essere intesa come la capacità di ridurre l’incertezza sullo stato del mondo.

Ridondanza: informazioni trasmesse non nella maniera più economica, ma ribadite in diversi modi.

Rumore: disturbi della comunicazione.

Informazione ellittica o implicita: sottintesi.

La comunicazione non serve solo al passaggio d’informazione, ma consiste in vari tipi di azione: convincere, promettere, sedurre.

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 RICEZIONE è il momento in cui in un testo emerge per qualcuno un senso.

In questa attribuzione di senso si colloca il punto di partenza del processo di interpretazione, di conseguenza si tratta dell’atto decisivo della comunicazione. .

Non vi è affatto comunicazione senza ricezione (che può essere implicita, immaginaria ecc. ma sempre presente).

L’emittente produce il tentativo, solo l’avvenuta ricezione realizza la comunicazione vera e propria.

L’atto semiotico fondamentale non consiste dunque nella produzione di segni, ma nella comprensione di un senso.

In ogni testo si possono ricostruire dei simulacri della ricezione del testo stesso immaginata dall’autore, è quello che Eco chiama Lettore modello: una certa competenza linguistica e di genere, un atteggiamento ideologico, un bagaglio enciclopedico ecc.

Nessun testo può fare a meno di un lettore modello perché necessariamente ecco deve formularsi secondo un codice linguistico e dare per scontate certe conoscenze sulla realtà, che sono presupposte comuni al destinatario.

Diverso dal Lettore modello è il Destinatario rappresentato, come il pubblico in studio, che costituisce una enunciazione enunciata (in cui l’atto della comunicazione viene rappresentato oltre che eseguito).

La ricezione, dunque, è certamente un atto del ricettore e non solo una condizione passiva.

Alla base di ogni ricezione esiste un Orizzonte d’attesa del soggetto: conoscenze, gusti, interessi ecc.

Esistono diversi atteggiamenti del lettore, analizzati dai Cultural Studies: lettura succube, lettura resistente.

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La comunicazione si può schematizzare come segue:

Emittente –> Messaggio –> Destinatario

Il messaggio non è un insieme di idee ma un oggetto materiale (una successione di suoni, lettere su un foglio) che può essere spostato da una persona all’altra.

Il messaggio è un oggetto materiale che funge da sostituto dei contenuti mentali che si vorrebbero trasmettere.

Gli oggetti sostitutivi dei contenuti mentali vengono tecnicamente definiti segnali.

A teorizzare gli Elementi della comunicazione è Roman Jakobson, linguista russo.

Il contatto è necessario per mettere in comunicazione emittente e destinatario (spesso viene indicato come canale, che può essere di ordine psicologico o sociale).

Il canale costituisce il contatto, ma anche il filtro materiale tra emittente e destinatario. Sul piano immateriale il filtro è costituito dal codice (come la lingua).

I messaggi, infine, vengono prodotti generalmente per parlare di qualcosa, per riferirsi alla realtà o a un certo contesto (o contenuto).  Sotto questo nome si indica la capacità del messaggio di riferirsi a elementi del mondo reale.

Da questo schema si evincono le tre principali dimensioni della comunicazione, che corrispondono a tre discipline degli studi linguistici e semiotici:

– la dimensione sintattica della comunicazione, che si occupa del rapporto tra messaggio, canale (o contatto) e codice;

– la dimensione semantica della comunicazione, che si occupa del rapporto tra messaggio e contesto (o contenuto);

– la dimensione pragmatica della comunicazione, che si occupa del rapporto tra messaggio ed emittente e destinatario.

Allo schema che raggruppa gli elementi della comunicazione si possono sovrapporre le Funzioni della comunicazione:

– la funzione emotiva (o espressiva) riguarda la capacità dell’emittente di esprimersi;

– la funzione fatica consiste nel lavoro che si fa per garantire il contatto;

– la funzione metalinguistica definisce il codice in uso;

– la funzione referenziale consente di mettersi in rapporto col mondo, col contesto;

– la funzione conativa è quella per cui si cercano effetti sul destinatario.

Ogni atto comunicativo contiene, potenzialmente, tutti gli elementi e le funzioni della comunicazione.

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Approfondimenti

Wiki – Scuola di Pragahttp://it.wikipedia.org/wiki/Circolo_di_Praga

Il Circolo linguistico di Praga, più noto come Scuola di Praga è stato un gruppo di critici letterari e linguisti cechi e russi della prima metà del ventesimo secolo che elaborò il concetto di funzione nel linguaggio, concetto che fu il fulcro e il punto in comune dei lavori del circolo. Negli anni trenta i suoi componenti, prendendo le mosse dagli studi di Ferdinand de Saussure, svilupparono metodi di analisi strutturalista del linguaggio, influenzando i successivi sviluppi della linguistica, della semiotica e della fonologia.

Fondato nel 1926 dal linguista ceco Vilem Mathesius (presidente del circolo fino alla sua morte, nel 1945), il gruppo era formato da emigrati russi come Roman Jakobson, Nikolaj Trubeckoj, Sergej Karcevskij, il critico letterario René Wellek, l’anglista Bohumil Trnka, lo slavista e boemista Bohuslav Havránek, lo studioso di estetica Jan Mukařovský, ed ebbe il suo periodo di maggiore attività nel periodo precedente lo scoppio della seconda guerra mondiale.

I componenti del circolo tennero incontri periodici regolari e pubblicarono i Travaux du cercle linguistique de Prague (trad. it. Lavori del circolo linguistico di Praga). L’opera più significativa associata alla scuola è Fondamenti di fonologia di Trubeckoj, che l’autore terminò poco prima di morire.

Wiki – Cultural Studieshttp://it.wikipedia.org/wiki/Cultural_studies

Cultural Studies costituiscono un particolare indirizzo di studi sociali che ha origine in Gran Bretagna come ampliamento del settore della critica letteraria verso i materiali della cultura popolare di massa.

La loro data di nascita viene fatta risalire all’uscita dei lavori di Raymond Williams (Culture and society, 1958) e Richard Hoggart (The Uses of Literacy, 1957).

L’indirizzo si consolida successivamente come corrente definita nell’area culturale britannica intorno al Centre for Contemporary Cultural Studies (CCCS) dell’Università di Birmingham, fondato dallo stesso Hoggart nel 1964.

Lo scopo primario del centro era lo studio dei cambiamenti nella cultura del proletariato inglese dal secondo dopoguerra in poi e in particolare dei mutamenti nell’orientamento della gioventù della working class. Sia Hoggart che Williams provenivano dall’insegnamento scolastico per adulti. Questo tipo di approccio è influenzato dal marxismo, dalla psicologia e dall’antropologia. Infatti la cultura è vista come la somma delle interrelazioni tra le pratiche sociali (cioè le azioni concretamente effettuate dagli individui sia a livello mentale che pratico). Questo approccio si basa sull’attribuzione di senso alla realtà e allo sviluppo di una cultura vista anche come insieme di significati e valori comuni. Secondo i cultural studies un’adeguata sociologia deve studiare le strutture e i processi con cui le istituzioni della comunicazione di massa permettono la stabilità sociale e culturale. I Cultural studies si specificano in due diverse applicazioni:

– studi sulla produzione dei mass media come sistema di pratiche per l’elaborazione della cultura;

– studi sul consumo di comunicazione di massa come luogo di negoziazione tra pratiche comunicative diverse.

L’attività del centro di Birmingham si estende negli anni successivi fino a comprendere le tematiche del razzismo, del femminismo e dell’etnicità.

Sul piano metodologico, i Cultural Studies si distinguono per un approccio quasi etnografico ai contesti indagati, attento alle pratiche concrete degli attori sociali. Sul piano teoretico, è da segnalare una tendenza programmatica a non rinchiudersi in confini ideologici definiti. Nei lavori prodotti dal gruppo è possibile rintracciare un dialogo costruttivo e incessante con le più importanti correnti del pensiero europeo continentale: György Lukács, Antonio Gramsci, Walter Benjamin, per citare qualche nome. Questo atteggiamento rende la corrente di studi particolarmente viva e attuale e degna di grande attenzione.

Foto Jakobson

Immagine Elementi della comunicazione

Immagine Funzioni della comunicazione


Segno

SIGNIFICANTE/SIGNIFICATO – de Saussure

Trattare qualcosa come messaggio significa attribuirgli rilevanza rispetto alla realtà,   ovvero supporre che ci sia un contesto o un contenuto a cui esso rimanda o si riferisce. Questo processo si descrive generalmente come il riconoscimento di un segno.

Nella definizione classica/greca, segno è qualcosa che è riconosciuto da qualcuno come indicazione di qualcosa d’altro.

Non solo: per segno si intende l’elemento minimo cui si possa attribuire tale relazione di rimando.

Studiare il segno vuol dire cercare un livello semplice, quasi astratto del senso.

Segno = Significante / Significato

Nel momento in cui la relazione segnica, cioè il rapporto tra le due facce del segno (significante e significato), si instaura, non è più possibile pensare il significato senza il suo significante o viceversa.

SIGNIFICATO è un concetto, risultato di una costruzione culturale che ci permette di comprendere un certo campo di realtà.

Il significato di una parola non corrisponde all’oggetto reale, al referente, né a idee singole o specifiche.

Prieto (che ha approfondito il modello teorico del segno di de Saussure) definisce il significato come un insieme, una classe di singoli possibili contenuti mentali. Il significato è l’insieme di tutti i possibili sensi che un segno può avere.

La stessa cosa vale per il SIGNIFICANTE. Se noi, sulla base di suoni materialmente anche molto differenti (si pensi alle inflessioni dialettali) riconosciamo la stessa parola, è perché identifichiamo delle identità stabili, fondate su codici e convenzioni culturali, non individuali ma collettive.

I significanti sono tali entità, dotate di una identità riconoscibile da parte di tutti i membri del gruppo, dunque sono realtà psichiche condivise.

Poiché dunque il significante di una parola deve includere tutte le possibili realizzazioni da parte dei parlanti, possiamo concepirlo come un modello generale. Secondo Prieto, il significante è una classe astratta corrispondente a tutto l’insieme dei possibili segnali che vi possono corrispondere. 

–> Siamo di fronte alla realizzazione di uno stesso significante fino a che le variazioni nella esecuzione sonora non cambieranno il significato.

L’identità degli strumenti linguistici non può consistere altro che nella loro funzionalità comunicativa.

Le entità semiotiche in generale non sono oggetti materiali bensì costrutti psichici, culturali, dipendenti da complessi fattori legati all’apprendimento, al patrimonio di competenze conosciute, al continuo gioco di indicazioni che indirizzano verso alcuni percorsi di uso dei segni anziché altri.

INTERPRETANTE – Peirce

 L’importante, affinché si possa parlare di relazione segnica, è che ci sia qualcuno in grado di costruire l’associazione tra significante e significato.

Il segno non è una cosa, ma una relazione sociale e culturale.

– Bisogna distinguere chiaramente tra stati del mondo (referenti) e contenuti comunicativi.

– Il processo di produzione e circolazione del senso (la semiosi) interviene solo nel momento in cui qualcuno (un interprete) istituisce un nesso tra un’unità, che in questo modo diventa espressione, e un’unità che funge da contenuto.

Allo schema binario del segno come entità a due facce (significante e significato) bisogna aggiungere un terzo elemento, che Peirce ha chiamato INTERPRETANTE.

La relazione segnica dunque è ternaria e non binaria.

Secondo Peirce un segno (o representamen, che corrisponde grosso modo al significante) è qualcosa che sta a qualcuno per qualcosa secondo qualche aspetto o capacità. 

Il segno (o representamen, che corrisponde al significante) è qualcosa che sta per qualcos’altro, ovvero per il suo oggetto.

Esempio: la parola “morbillo”, che lega il sintomo (le macchie rosse, representamen) alla causa (il virus, oggetto), è ciò che chiamiamo interpretante del segno.

L’unico modo che abbiamo per conoscere l’oggetto di un segno passa per la formulazione di un altro segno che lo interpreti. Questo secondo segno è l’interpretante.

L’interpretante è una qualunque altra rappresentazione riferita allo stesso oggetto.

Mentre l’interprete è colui che coglie il legame tra significante e significato, l’interpretante è un secondo significante che evidenzia in che senso si può dire che un certo significante veicoli un dato significato.

Essendo a sua volta un segno, per essere compreso l’interpretante richiede di essere interpretato da un altro segno, cioè da un altro significante, e così via in una catena potenzialmente infinita che Peirce chiama Semiosi illimitata.

Pensare è necessariamente collegare segni. 

Dunque, tornando alla definizione di segno data Peirce, si può dire che: il segno è qualcosa che sta a qualcuno (interprete) per qualcosa (oggetto) sotto qualche aspetto o capacità (pertinenza).

Il segno (o representeman), infatti, sta per l’oggetto non sotto ogni aspetto possibile ma solo a partire da una determinata scelta di pertinenza. L’interpretante non è perfettamente equivalente al suo oggetto, ma ne seleziona e ne sviluppa alcune proprietà semantiche, trascurandone altre.

Questa è una caratteristica generale del senso: ogni volta che vi è significazione o comunicazione vi è pertinenza, cioè la scelta preliminare di quello che interessa mettere in rilievo e condividere con altri.

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 SEGNI ICONICI: se la relazione fra segno e oggetto è caratterizzata da una somiglianza oggettiva, o piuttosto riconosciuta come tale nel gruppo sociale che usa il segno.

La similarità assoluta non esiste, quindi non esistono segni iconici come tali, ma solo segni in cui l’aspetti iconico è predominante. Si parla in questo caso di Ipoicone.

Esempio: l’insegna del bar con la tazzina di caffè.

SEGNI INDICALI: il processo segnico si basa su una contiguità fisica, una traccia o un calco. L’indice è un segno connesso fisicamente o causalmente al proprio oggetto.

Esempio: la firma.

SEGNI SIMBOLICI e CODICI: una relazione segnica è detta simbolica quando, in sua assenza, non vi sarebbe legame alcuno tra significante e significato. Un simbolo non ha altra motivazione che non sia storica o convenzionale: è opaco o arbitrario.

La comunicazione arbitraria si sviluppa in codici: liste di accoppiamenti socialmente stabiliti tra tipi di significanti e tipi di significati.

Esempio: le lingue umane.

Esistono due tipi di arbitrarietà:

– arbitrarietà verticale, in ogni segno arbitrario significante e significato sono legati solo in maniera storica e contingente (rapporto non motivato tra singoli significanti e significati);

– arbitrarietà orizzontale, i significanti (ma anche i significati) di un sistema di segni arbitrari non sono portatori di senso in sè, ma solo per la loro capacità di differenziarsi, di opporsi l’uno all’altro.

In un sistema simbolico i significanti servono solamente a differenziarsi reciprocamente.

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 Ci sono casi in cui il rapporto tra significante e significato è semplice e diretto, ben delimitato. Si parla in questo caso di denotazione di un segno.

Altre volte il significante è usato per richiamare significati più ampi e vaghi. Questo alone semantico viene definito connotazione.

Questa spiegazione è piuttosto semplicistica e la semiotica ne da una definizione più precisa.

La connotazione va considerata come un effetto di una certa configurazione della relazione segnica tale per cui un segno normale, denotativo, diventa significante di un nuovo segno connotativo.

Esempio: un segno denotativo composto dal significante insieme di linee e il significato colomba diventa, nella sua totalità, significante di un segno connotativo che ha come significato la pace.

Accade l’inverso nel caso dei metasegni: ovvero un segno denotativo diventa significato di un segno connotativo. (Esempio: titoli, capitoli, biografie.)

Foto de Saussure

Foto Peirce

Immagine Interpretante


Strutture

ASSI SINTAGMATICO E PARADIGMATICO – Strutturalismo

Il funzionamento di ogni elemento della comunicazione non dipende esclusivamente dal modo in cui è costituito, ma dal suo rapporto con gli elementi che gli sono vicini. Si tratta di una relazione negativa che ha la forma dell’opposizione.

Esistono 3 rapporti che ogni elemento della comunicazione intrattiene necessariamente:

– quello che lega significante e significato, o un messaggio al suo contesto. Si tratta di un rapporto verticale (arbitrarietà verticale è quella che lega elementi in modo storico e contingente);

– un elemento è legato a tutti gli altri elementi cui è congiunto, insieme ai quali si presenta (arbitrarietà orizzontale, i significanti hanno senso in quanto si differenziano dagli altri). Il primo modo in cui un elemento comunicativo è vicino ad altri segni è la contiguità spaziotemporale. La relazione che si instaura è detta sintagmatica (per analogia con la sintassi). La serie di tutti gli elementi congiunti in questo modo è detta Asse del processo. Nell’asse del processo i vari elementi si oppongono tra loro per categorie e insieme si pongono a vicenda dei vincoli;

– un’altra relazione di vicinanza (sempre caratterizzata da arbitrarietà orizzontale), più astratta, è quella che lega ogni elemento ad altri elementi che potrebbero stare al suo posto, e che dunque gli sono in un certo senso simili. Perchè ci sia senso occorre che vi siano combinazioni permesse e altre proibite, cioè che non tutte le possibilità di combinare gli elementi di un certo campo siano equivalenti.Questo secondo asse si chiama del sistema, o paradigmatico. Qui gli elementi sono congiunti da un rapporto di sostituzione.

Gli assi del processo e del sistema definiscono e organizzano le risorse culturali e comunicative disponibili per una certa funzione in una certa società.

La forma imposta su un certo campo comunicativo dai due assi sintagmatico e paradigmatico si può definire come la struttura di questo campo.

[Lo strutturalismo, elaborato a partire da de Saussure, è la proposta di applicare le nozioni di struttura che abbiamo appena esposto e in particolare il metodo che privilegia le relazioni di opposizioni sui contenuti positivi dei singoli elementi.]

ESPRESSIONE E CONTENUTO – Hjemslev

Nei sistemi simili alla lingua gli assi paradigmatico e sintagmatico originano dei piani, degli spazi coerenti dove hanno relazione fra loro degli elementi dello stesso genere.

Piano del significante e del significato, o piano dell’espressione e del contenuto.

Si dice sostanza la materia linguistica che è già in relazione con una forma.

In ogni sistema semiotico si trovano:

– una sostanza dell’espressione, ad esempio la voce articolata del linguaggio;

– una sostanza del contenuto, che comprende il nostro modo di percepire e pensare il mondo o una sua frazione;

– una forma dell’espressione, come la sintassi della lingua;

– una forma del contenuto, lo schema lessicale di una lingua.

In alcuni semplici sistemi linguistici (come per esempio i semafori in cui il rosso corrisponde in modo univoco allo stop)ogni unità del piano dell’espressione corrisponde un’unità sul piano del contenuto. In questo caso i piani si dicono conformi.

Le lingue storiche e i sistemi comunicativi più complessi, invece, non sono conformi e vengono detti biplanari.

La biplanarità è importante perchè assicura alla comunicazione il gioco necessario ad esprimere realtà complesse e nuove.

Un sistema biplanare è anche detto simbolico. Tra questo e un sistema conforme esiste una via di mezzo costituita dai sistemi semi-simbolici, utilizzati spesso nelle pubblicità.

SEMANTICA

Ogni segno, che congiunge significante e significato, è una sezione della lingua.

– Scomponendo il piano dell’espressione arriviamo agli elementi più piccoli capaci di portare autonomanente un significato: i monemi, o morfemi, che corrispondono alle parole. Continuando a scomporre si ottengono gli elementi minimi del processo che influenzano il significato: i fonemi, o lettere.

– Sul piano del contenuto esiste un oggetto corrispondente al monema: il lessema o semema. Non ci sono invece oggetti che corrispondano ai fonemi.

La lingua si deve analizzare dunque a due livelli diversi: gli elementi autonomi minimi del contenuto sono molto più grandi di quelli dell’espressione. Il linguaggio ha una doppia articolazione.

Se sul lato del significante (o dell’espressione) è possibile condurre un’analisi per componenti, occorre trovare un modo per condurre un’analisi altrettanto efficace sul piano del significato, o contenuto.

Lo studio del significato si chiama semantica, e si divide in 3 branche:

– la semantica dei valori di verità, di derivazione filosofica, che si propone di definire quali sono le condizioni logiche che consentono a un enunciato di dire qualcosa di vero sul mondo;

– la semantica cognitiva, di derivazione psicologica, che propone una teoria della comprensione;

– una semantica di ispirazione linguistica e semiotica, che pone al centro delle ricerche l’elaborazione di un metodo per la descrizione del piano del contenuto dei linguaggi.

Secondo questo terzo tipo di semantica, il significato di un segno si determina all’interno del sistema semiotico che viene studiato, in quanto selezione di una porzione del piano del contenuto di quello stesso sistema.

Una semantica di questo tipo deve assumere il significato come una unità culturale, come un valore di senso di volta in volta determinato dal sistema semiotico che viene preso in esame.

L’analisi semantica sfrutta la possibilità di articolare tra loro due strati fondamentali che definiscono le strutture di senso: quello della manifestazione e quello dell’immanenza.

Al di sotto dei lessemi, nello strato immanente, esistono i sememi che possono a loro volta essere scomposti in semi.

I semi sono gli elementi minimi del contenuto, hanno natura strutturale e vengono identificati come operatori di differenza. Il loro valore è strettamente relazionale.

I semi possono essere:

– figurativi, vericalità/orizzontalità;

– astratti, relazione/termine;

– timici, euforia/disforia.

QUADRATO SEMIOTICO – Greimas

La continuità dell’asse sintagmatico del sistema è solo apparente, in realtà è marcata da opposizione che sono stabilite e organizzate dalle convenzioni culturali.

Il quadrato semiotico, utilizzato da Greimas ma teorizzato da Aristotele, serve a precisare e a dispiegare un concetto nei confronti dei concetti che gli sono opposti.

S1 e S2 sono contrari. Questa relazione di contrarietà è arbitraria. I requisiti sono che S1 e S2 appartengano allo stesso piano semiotico e che siano disgiunti, ovvero che non abbiano alcun elemento comune;

S1 e -S1, S2 e -S2 sono contraddittori;

-S1 e -S2 sono subcontrari. Mantengono una polarità oppositiva ma possono avere in comune delle zone intermedie;

S1 e -S2, S2 e -S1 sono legati da una relazione di implicazione (o deissi).

Esempio di quadrato semiotico:

S1 bianco

S2 nero

-S1 non bianco (scuro)

-S2 non nero (chiaro)

Il Quadrato di veridizione è l’applicazione proposta da Greimas del quadrato con tema dell’essere e del sembrare:

TESTO

Il testo si può considerare come l’oggetto concreto di una comunicazione, un segmento dell’asse del processo, autonomo e ben definito.

La scelta dei confini di un testo, e dunque la definizione di quel testo, è responsabilità del lettore.

Un testo è dunque qualunque frammento del processo vhe sia trattato come un testo da qualcuno.

Esistono dei dispositivi, i metatesti, che suggeriscono al lettore come ritagliare un testo e secondo che modalità leggerlo. Si tratta di metasegni, paratesti (come titoli, biografie, capitoli).

Il concetto di testo rimane un’astrazione, con questo termine non s’intende infatti il singolo concreto manifestarsi di una comunicazione, ma del suo modello generale.

Esempio: il testo Promessi Sposi è indipendente dalle sue numerose edizioni e formati.

Token: singola occorrenza concreta di qualunque fenomeno.

Type: tipo astratto di cui queste occorrenze concrete sono esempi.

Uno dei requisiti fondamentali perchè un segmento del processo possa essere considerato un testo è che si possa dire intorno a che cosa verte, a quale domanda risponde, qual è il suo Topic.

Il topic (o tema) è la risposta, sempre provvisoria, a una domanda che il lettore rivolge al testo e che suona come: Di cosa stai parlando?

Una delle condizioni fondamentali affinché una serie di enunciati possa essere considerata come un testo, è che tra gli enunciati sia possibile tracciare dei legami di coerenza semantica.

Il topic non è un dato interno al testo, esso è frutto di un’operazione pragmatica compiuta dal lettore, che mette a fuoco il testo in base a una certa ipotesi di senso, e dipende dall’iniziativa del lettore e dalla sua competenza enciclopedica.

Il complesso di conoscenze e credenze sul mondo condiviso in un certo tempo e in una certa società, che si chiama enciclopedia, è lo sfondo di senso per ogni evento comunicativo.

A differenza del topic, l’isotopia è una struttura semantica che si può considerare inerente al testo stesso. E’ una caratteristica del testo che deve essere riconosciuta dal lettore tramite l’operazione pragmatica della scelta del topic.

Esistono testi pluri-isotopici, che consentono più di un percorso di lettura. (Esempio: fede assoluta – credenza piena)

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Approfondimenti

Wiki – Strutturalismohttp://it.wikipedia.org/wiki/Strutturalismo_(linguistica)

La logica aristotelicahttp://www.ariannascuola.eu/joomla/filosofia/la-filosofia-greca/aristotele/la-logica-aristotelica.html

Wiki – Paratestohttp://it.wikipedia.org/wiki/Paratesto

Foto Hjemslev

Immagine Quadrato semiotico

Immagine Quadrato di veridizione


Storie

Le storie sono un tipo particolare di testo.

La semiotica della cultura (Lotman e Uspenskij) distingue due classi di sistemi sociali:

– le culture testualizzate, in cui prevale la narrazione, sono in genere le culture a oralità primaria (assenza di scrittura);

– le culture grammaticalizzate, in cui prevalgono testi in cui le regole sociali sono stabilite in maniera esplicita (società ad oralità secondaria).

I due sistemi non sono mutualmente esclusivi.

Greimas sostiene che sotto ogni testo sia presente un livello narrativo.

La semiotica del testo deve allora capire come funzionano in generale le narrazioni, a partire da un repertorio comune di testi certamente narrativi e verificando quanto le caratteristiche stratte da essi siano estendibili.

Esistono due livelli di una storia: la superficie del testo (manifestazione lineare) e l’intreccio.

Per caratterizzare dal punto di vista semiotico cosa sia una storia bisogna considerare un livello più astratto e generale: quello dell’intreccio o della trama, che si trova sotto la superficie del racconto e invariante rispetto alle diverse versioni che se ne possono dare in lingue e codici differenti.

La superficie espressiva (o manifestazione lineare) di un testo è il livello del significante, pura espressione.

La maggiore rilevanza della manifestazione lineare di un testo è una delle caratteristiche che distinguono il linguaggio poetico (dalla spiccata funzione estetica) da quello quotidiano (a funzione referenziale).

Straniamento: fenomeno di de automatizzazione del linguaggio. La manipolazione del piano dell’espressione svolge il compito di attirare l’attenzione del destinatario sul messaggio.

Consiste nell’estrarre le cose percepite dal loro contesto abituale per sottolinearne la stranezza, che solitamente non appare come tale in quanto la cosa in questione viene data per scontata.

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Focalizzatori e narratori – Genette

Uno dei procedimenti ricorrenti nella narrativa moderna è di filtrare la storia attraverso un punto di vista selettivo (o prospettiva).

Posto che il focalizzatore di un racconto è il personaggio il cui punto di vista orienta l’azione narrativa, esistono 3 prospettive narrative:

Focalizzazione zero, il focalizzatore non coincide con nessuno dei personaggi ed è onnisciente (come nei Promessi Sposi).

Focalizzazione interna, la prospettiva narrativa coincide con quella di un personaggio. Può essere fissa (su un personaggio), variabile (passa da un personaggio all’altro) o multipla (come in Rashomon).

Focalizzazione esterna, o racconto oggettivo, il lettore assiste all’azione narrativa senza conoscere i pensieri o i sentimenti dei personaggi.

Talvolta un testo può introdurre al suo interno una variazione della prospettiva.

È necessario specificare che il focalizzatore di un racconto non coincide con il narratore.

Il narratore è colui che parla, la voce narrativa.

Il narratore non va nemmeno identificato con l’autore, né con il ruolo comunicativo astratto di autore modello.

Un narratore può essere:

Extradiegetico, quando è un narratore di primo livello che non compare come tale nel testo. La voce narrante è impersonale.

Intradiegetico, quando il racconto di secondo livello racchiude un racconto di terzo livello, raccontato da un narratore intradiegetico di secondo livello (Le mille e una notte).

Primo livello

Narratore extradiegetico

Secondo livello

Racconto intradiegetico

Narratore intradiegetico

Terzo livello

Racconto metadiegetico

In base a una classificazione diversa, il narratore può essere:

Eterodiegetico, se non prende parte agli eventi di cui narra (Le mille e una notte).

Omodiegetico, se partecipa come personaggio alla storia che racconta.

Esistono allora 4 possibilità:

Narratore extradiegetico ed eterodiegetico, non compare nel testo e non partecipa come personaggio all’azione narativa, come il narratore di poemi epici.

Narratore extradiegetico e omodiegetico, non compare nel testo come narratore ma è un personaggio della vicenda narrata, come il narratore di un’autobiografia.

Narratore intradiegetico e eterodiegetico, compare nel testo come narratore ma è assente come personaggio (Le mille e una notte).

Narratore intradiegetico e omodiegetico, compare nel testo come narratore ed è presente come personaggio nella storia che racconta (come Ulisse dai Feaci).

La controparte del narratore è il narratario, ovvero colui che riceve il racconto del narratore.

Ritmo è una caratteristica della superficie di un testo, la sua capacità di influenzare i tempi e i modi di lettura. Alcuni testi hanno una durata prestabilita (i film) altri no (i libri). Il racconto contiene dei dispositivi per cercare di regolare la modalità di lettura e di conservare la presenza del lettore.

Il testo deve organizzare gli eventi e i personaggi in una forma che assicuri l’arco drammatico del testo, facendo sì che le varie parti del racconto (inizio, centro, fine) siano formalmente riconoscibili.

Il ritmo è un dispositivo culturalmente determinato, ha natura storica e contingente.

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Fabula e intreccio – Tomasevskij

Il livello situato più in profondità rispetto alla manifestazione lineare del testo è costituito da fabula e intreccio.

Intreccio: ordine di successione degli eventi del racconto. In genere questo ordine non corrisponde a quello “naturale” in cui cronologicamente si sono svolti i fatti.

Nelle narrazioni esistono flashback (come nell’Odissea) che stravolgono l’ordine dei fatti.

L’alterazione dell’ordine naturale è una pratica molto diffusa, infatti un racconto non è l’immagine fedele di un frammento di realtà, ma un dispositivo di senso che deve manipolare la nostra conoscenza di quel pezzo di mondo, onde ricavarne certi effetti. Le storie non sono cose, non stanno nel mondo, ma si costruiscono solo con la narrazione.

Fabula: il livello elementare presupposto da ogni racconto, in cui i fatti sono esposti nel loro ordine cronologico e causale.

Tomasevskij ha teorizzato anche i motivi: componenti tematiche elementari, tanto ristrette da coincidere col contenuto delle singole proposizioni del testo. Es. Scese la sera; L’eroe morì.

Interessa il modo in cui i motivi si combinano fra loro per formare la struttura tematica dell’opera.

La fabula è allora costituita dall’insieme dei motivi nei loro rapporti causali e temporali; l’intreccio è costituito dall’insieme degli stessi motivi nella successione in cui essi sono dati nell’opera.

L’esempio più evidente dello scarto tra fabula e intreccio sono i salti temporali:

– In avanti, prolessi.

– Indietro, analessi.

Una stessa fabula può dare luogo a più intrecci.

La narrativa moderna gioca molto sullo scarto da fabula e intreccio.

Esistono quattro forme del movimento narrativo:

Ellissi, il tempo dell’intreccio è nullo mentre il tempo della fabula scorre (Es. Passarono alcuni anni).

Sommario, il tempo dell’intreccio è minore del tempo della fabula (Es. Passarono alcuni anni e Lara crebbe, svolse una serie di attività ecc.).

Scena, il tempo della fabula e quello dell’intreccio coincidono.

Pausa, il tempo dell’intreccio si dilata mentre nella fabula è nullo (es. Lara pensava che…)

La fabula, intesa come una narrazione che non realizza scostamenti dalla successione naturale degli eventi, è un’astrazione, una sorta di ideale regolativo del racconto, che rappresenta il livello più semplice in cui una storia mantiene la propria fisionomia di manifestazione narrativa sull’asse del processo (piano sintagmatico).

Anche l’intreccio, tuttavia, ha carattere astratto. Il solo livello veramente empirico della narrazione è il livello di superficie, la manifestazione lineare.

Bisogna ipotizzare però che anche il livello più elementare della narrazione, quello della fabula, sia il prodotto di altri processi di senso più profondi, non lineari.

Per procedere in questa analisi esistono due strategie:

– Lavorare sull’ipotesi che a ogni fabula si possa far corrispondere effettivamente un insieme di oggetti che il racconto descrive (alcuni racconti corrispondono al mondo reale, per analogia anche i racconti di fantasia si applicano a dei mondi). _Teoria dei mondi possibili narrativi di Eco_

– Trattare il racconto come un particolare dispositivo linguistico che produce la fabula come suo effetto, cercando di trovare per via di analisi gli elementi linguistici (sintattici e semantici) capaci di produrre il racconto. _Morfologia della fiaba di Propp_ _Sequenza narrativa canonica di Greimas_

***

Prima strategia – Mondi possibili – Eco

I racconti possono essere considerati come dispositivi per generare mondi possibili narrativi, popolati da individui legati da rapporti reciproci e dotati di proprietà semantiche.

I mondi possibili della narratività contengono corsi di eventi, che possono condurre a cambiamenti delle proprietà degli individui.

È utile parlare di mondi possibili quando lo stato del mondo descritto dal testo è incompatibile o alternativo rispetto al mondo reale di riferimento, se il testo introduce personaggi o fatti estranei alla nostra enciclopedia di base.

I mondi possibili sono costrutti culturali, strutture di dati che il testo narrativo consente al lettore di ricostruire in base agli indizi che il testo stesso gli fornisce.

All’interno del mondo narrativo della fabula, si aprono altri mondi possibili, corrispondenti agli atteggiamenti proposizionali dei personaggi.

Il mondo narrativo delineato dal testo viene costantemente valutato sullo sfondo del mondo della nostra enciclopedia attuale.

Affinché sia possibile far comunicare tra di loro il mondo possibile narrativo e il mondo dell’esperienza reale, per capire in quali punti essi divergono, è necessario trattarli entrambi come costruzioni concettuali.

La differenza fondamentale tra il mondo reale e il mondo della narrazione è che il mondo narrativo è parassitario del primo: se il testo non specifica delle proprietà alternative, il lettore dà per scontate le proprietà che valgono nel mondo reale.

Esistono diversi tipi di mondi possibili narrativi:

Verosimili, possiamo concepirli senza essere costretti ad alterare le leggi fisiche generali del mondo di riferimento (Es. Sherlock Holmes).

Inverosimili, non potremmo costruirli a partire dalla nostra esperienza attuale. Sono concepibili se il lettore è abbastanza flessibile da accettare di modificare temporaneamente alcune leggi che solitamente dà per scontate, oppure se è sufficientemente superficiale da non voler trovare una spiegazione (Es. le fiabe con animali parlanti).

Inconcepibili, vanno oltre la nostra capacità di concezione, contraddicono alcune leggi epistemologiche fondamentali, in primo luogo quella di identità e non contraddizione (Es. Alice nel paese delle meraviglie).

Impossibili, il lettore può realizzare quanto basta per rendersi conto che si tratta di un mondo impossibile (Es. Escher; racconti di viaggi nel tempo).

***

Seconda strategia – Propp, Bremond, Greimas

Questa seconda strategia vede il racconto come un complesso dispositivo sintattico e semantico che mira a produrre certi effetti di senso. Questa strategia grammaticale troverà degli elementi non lineari, che non appartengono all’asse del processo ma a quello del sistema (asse paradigmatico).

***

A. Propp

Nella sua ricerca sulla fiaba russa di magia mise in evidenza 31 funzioni costitutive del genere. Al di sotto della variabilità di superficie della fiabe russe di magia, infatti, possibile trovare delle grandezze costanti, degli elementi comuni.

Le funzioni sono l’operato di un personaggio determinato dal punto di vista del suo significato per lo svolgimento della vicenda.

Una stessa azione, dunque, può svolgere funzioni diverse a seconda della sua posizione rispetto al resto del racconto (Es. Il matrimonio è diverso se posto all’inizio o alla fine della fiaba).

Alcune delle funzioni:

i: situazione iniziale

– Parte preparatoria

e: allontanamento

[…]

– Avvio

X: danneggiamento

X: mancanza

[…]

– Vicenda

Z: conseguimento del mezzo magico

L: lotta

V: vittoria

P: persecuzione

Sm: smascheramento

N: nozze

[…]

***

B. Bremond

Vari autori hanno tentato di estendere La morfologia della fiaba ad altri generi. Bremond tenta di individuare le sequenze elementari presenti in ogni racconto.

Racconto: discorso che integra una successione d’eventi d’interesse umano nell’unità di una stessa azione.

Una sequenza elementare è composta di tre funzioni:

– Apre la possibilità di un processo – Virtualizzazione (Es. Gotham City è minacciata da Joker e Batman decide di intervenire).

– Attualizza questa virtualità – Attualizzazione (Es. Batman trova Joker e lo combatte).

– Chiude il processo – Realizzazione (Es. Batman vince e ristabilisce l’ordine).

Le sequenze elementari si combinano tra loro per formare sequenze complesse.

***

C. Greimas

La successione di virtualizzazione, attualizzazione e realizzazione viene ripresa da Greimas nella Sequenza narrativa canonica.

Ogni racconto è organizzato da una stessa struttura sintagmatica che comprende 4 tappe:

– Al centro di ogni narrazione c’è un compito, un valore da raggiungere. Per avere un racconto non basta una serie di fatti, deve esserci uno scopo. Questa tappa centrale di ogni racconto prende il nome di Performanza.

– Prima di poter realizzare la performanza, però, l’eroe deve conquistare i mezzi necessari a compierla: la Competenza.

– Prima ancora che si accumuli la competenza necessaria a realizzare la performanza, però, bisogna che l’obiettivo del racconto sia stabilita con un Contratto.

– Il racconto si può dire concluso quando l’azione è compiuta ma anche riconosciuta in una Sanzione.

La sanzione presuppone la performanza, che presuppone la competenza, che presuppone il contratto.

Contratto → Competenza → Performanza → Sanzione

È importante notare il carattere orientato dello schema, la sua capacità di definire un inizio e una fine naturale della vicenda, organizzando così la narrazione.

Dalla struttura sintagmatica del racconto si ricavano delle azioni che appartengono a ogni racconti e a una tipologia di soggetti che le compiono. Si tratta degli attanti narrativi, strutture formali astratte, ipotesi teoriche organizzate secondo questo schema:

Il destinante (chiamato nello schema Destinatore) è colui che vuole che l’azione abbia corso;

Il destinatario colui che si obbliga a svolgerla;

L’oggetto di valore, concreto o astratto, è ciò per cui il soggetto si muove;

Gli aiutanti sono le circostanze favorevoli che aiutano il soggetto;

L’opponente rappresenta le circostanze avverse al soggetto.

Si chiama ruolo attanziale il fatto che un personaggio svolga la funzione che nello schema è coperta da un certo attante. I ruoli attanziali di un personaggio possono variare nel tempo; un personaggio può ricoprire più ruoli attaziali e diversi personaggi possono ricorprire lo stesso ruolo attanziale.

Grazie agli attanti, le azioni dei personaggi possono essere scomposte in termini elementari. La semiotica generativa semplifica i contenuti dei racconti nei termini di due tipi di proposizioni: gli enunciati di stato e azione.

Enunciati di stato: ogni agire consiste nella modificazione di uno stato di fatto. Ogni stato di fatto si può caratterizzare come rapporto di un soggetto con un oggetto. A livello sintattico questa relazione si può ridurre alla presenza o assenza di un rapporto, alla congiunzione o disgiunzione tra soggetto e oggetto:

Soggetto ∩ Oggetto (il soggetto è congiunto con l’oggetto)

Soggetto U Oggetto (il soggetto è disgiunto dall’oggetto)

L’oggetto è individuato dal testo e la sua caratteristica essenziale è di avere valore per il soggetto. Nell’ambito degli enunciati di stato, soggetto e oggetto si individuano a vicenda. Il soggetto è colui per cui l’oggetto ha valore; l’oggetto è ciò che importa al soggetto.

Enunciati d’azione: descrivono le trasformazioni, i cambiamenti. Un soggetto provoca la congiunzione o la disgiunzione di un soggetto (se stesso o un altro) da un oggetto. Un’azione provoca uno stato di fatto.

S1→ (S2 ∩ O)

S1 → (S2 U O)

Sono interessanti le situazione che si descrivono meglio non con un verbo semplice ma con verbi che modificano altri verbi: la situazione sintattica in cui un predicato ne modifica un altro, la Modalità.

In base a questo assunto si può rivedere la Sequenza narrativa canonica:

Contratto, la cui natura è una manipolazione, ovvero un far fare.

S1 → (S2 → (S3 U O))

S1 → (S2 → (S3 ∩ O))

Competenza, è lo stabilirsi di un essere del fare.

S1 ∩ (S2→ (S3 ∩ O))

Performanza, far essere.

S1 → (S2 → O)

Sanzione, essere dell’essere.

S1 ∩ (S2 ∩ O)

Contratto/Far fare → Competenza/Essere del fare →

Performanza/Far essere → Sanzione/Essere dell’essere

Questo per quanto riguarda i verbi dell’azione e dello stato: fare ed essere. Esistono però altri verbi modali, ausiliari, come dovere, volere, potere, sapere.

Avendo accettato il contratto, il soggetto deve compiere l’azione e generalmente vuole farlo. La competenza si caratterizza come un saper fare a cui segue il poter fare.

Dovere → Volere → Sapere → Potere

Dovere e volere sono modalità virtualizzanti, in quanto determinano il soggetto come candidato a una certa azione che resta virtuale.

Sapere e potere sono modalità attualizzanti, in quanto rendono attuale la determinazione delle modalità virtualizzanti sul soggetto, acquisendo la competenza necessaria a svolgere l’azione.

Il modo più sintetico di esprimere questi rapporti è di indicare per ogni soggetto un programma narrativo, che indica i suoi scopi le sue azioni nel racconto, secondo le diverse modalità.

Il modello attanziale è uno schema puramente formale che caratterizza la sintassi del racconto, un livello di relazioni necessarie per comporre una storia che appaia coerente e conchiusa. Da questo schema è esclusa la semantica del narrare.

Ciò che determina il contenuto del testo è il suo tema, il complesso di valori e categorie semantiche che il testo esprime.

In ogni personaggio concorrono un ruolo attanziale e un ruolo tematico. I ruoli tematici dei personaggi, come quelli attanziali, si trasformano nel corso del racconto.

Come il tema si specifica in ruoli tematici che lo particola rizzano e lo individuano, così i ruoli tematici possono esprimersi in figure.

Quel che rende essenziale il tema è il suo rapporto con alcune categorie semantiche che la narrazione sviluppa e articola.

Sotto la dimensione lineare del racconto, e sotto il livello dei rapporti tra ruoli attanziali e tematici, esiste una semantica fondamentale che presenta le categorie semantiche sviluppate nel racconto che possono essere espresse in forma di quadrato semiotico.

Da questo punto di vista ogni narrazione non è altro che la proiezione sull’asse del processo dell’articolazione semantica di un quadrato semiotico, cioè di una categoria semantica.

Questo lavoro di proiezione corrisponde a uno schema che nella teoria greimasiana prende il nome di Percorso generativo di senso, diviso in quattro fasi:

Livello profondo, dove sono organizzate e selezionate le categorie semantiche;

Livello superficiale, dove si trovano le strutture attanziali (sintassi) e tematiche (semantica);

Livello discorsivo, dove si svolgono i processi di attorializzazione (i ruoli tematici e attanziali si trasformano in personaggi), spazializzazione (si pone uno spazio entro il quale muovere l’azione), temporalizzazione (si pone un tempo interno al racconto). A questi tre componenti pertengono la tematizzazione (che esplicita il tema del racconto in ruoli tematici) e la figurativizzazione (che esplicita questi ruoli in figure).

Livello di manifestazione.

Esiste un altro aspetto importante: quello delle passioni.

Esiste una sorta di dimensione fisica delle passioni, che le lega allo stato d’animo, al benessere o malessere, al corpo. Questa dimensione si esprime con una categoria fondamentale: l’opposizione timica tra euforia e disforia.

Gli investimenti assiologici, ovvero il modo in cui un termine è messo in relazione al positivo o al negativo, sono fondamentali per la costituzione degli oggetti di valore e sono la base di qualunque effetto passionale.

Le passioni articolano e mettono nella forma di un piccolo racconto implicito proprio il rapporto tra soggetto e oggetto di valore.

Foto Genette

Foto Propp

Immagine Attanti


Enunciazione

Il linguaggio ha una doppia costituzione:

– da un lato è un sistema di codici e regole socialmente prestabilito;

– dall’altro esso esiste solo attualizzandosi nell’atto individuale di produzione della parola.

La teoria dell’enunciazione considera l’atto di enunciazione di un soggetto come istanza di mediazione tra i due momenti; è ciò che converte le regole del sistema in discorso.

L’enunciazione è l’atto con cui viene prodotto un enunciato.

Con il concetto di enunciazione ci si riferisce alle tracce dell’attività di produzione di parola lasciate nell’enunciato e a come, attraverso di esse, emergono le manifestazioni della soggettività nel testo.

L’enunciazione tocca problemi di semiotica generale: attraverso quali dispositivi i materiali semantici e sintattici virtualmente a disposizione nella lingua si attualizzano in forma di discorso enunciato?

L’enunciato riflette non solo ciò che è detto ma anche il modo di dirlo.

I giochi relazionali tra locutore e interlocutore vengono simulati nel testo: è nel testo che possiamo ritrovare il simulacro dell’enunciatore e quello dell’enunciatario (che chiameremo locutore e interlocutore).

Si apre il problema della soggettività nel linguaggio: come il soggetto costruisce il suo discorso e come il discorso costruisce il soggetto?

Il dibattito sviluppa tre linee teoriche:

1. La più tradizionale sostiene l’esistenza di un soggetto intenzionale. nel testo si attualizzano le intenzioni e gli scopi di un soggetto concreto storicamente dato. Si studiano le intenzioni di un autore, i codici utilizzati ecc.

2. La seconda teoria, più radicale e opposta alla prima, sostiene che il soggetto del discorso in quanto tale non esista, perchè il discorso trascende l’individuo assoggettandolo alla logica sociale e culturale.

3. Il modello a cui si riferisce la teoria dell’enunciazione rovescia la prospettiva proponendo di considerare il soggetto e il discorso agenti insieme nel testo: è a partire dai testi che la soggettività può essere ricostruita, ed è nella misura in cui è inscritta nel testo che può essere considerata.

La teoria dell’enunciazione cerca di analizzare nel testo le tracce della soggettività.

Definizione di Benveniste: l’enunciazione è la struttura di mediazione che converte la langue, il sistema della lingua, in parole, discorso preso in carico individualmente; contemporaneamente essa è l’istanza di instaurazione del soggetto.

Dunque l’enunciazione è l’atto individuale attraverso cui il parlante si appropria della lingua, mettendola in funzione nel discorso, e tramite il quale egli enuncia se stesso come soggetto.

Elementi linguistici che istituiscono spazi, soggetti e tempi riferiti all’atto enunciativo sono detti deittici e hanno la funzione di riflettere nell’enunciato la sua enunciazione (Es. Qui, ora…).

Debrayage ed Embrayage

Bisogna analizzare il modo in cui un testo diventa autonomo rispetto all’atto di enunciazione che lo ha prodotto, mantenendone però delle tracce al suo interno.

Le categorie di persona, spazio e tempo si costituiscono nell’enunciato tramite un processo di distacco (il debrayage) dall’istanza di enunciazione.

Greimas e Cortes sostengono che la situazione di enunciazione sia inattingibile all’analisi: il momento concreto in cui si produce il testo non è ricostruibile, il soggetto dell’enunciazione è solo un’stanza logica presupposta dall’enunciato.  Ciò che si può analizzare è il simulacro dell’enunciazione, le sue tracce nel testo: gli stessi attanti dell’enunciazione (enunciatore ed enunciatario) non sono direttamente accessibili.

Per quanto riguarda la categoria di persona, i morfemi “Io” e “Tu” corrispondono agli attanti dell’enunciazione (enunciatore ed enunciatario). Il loro simulacro nel testo produce una enunciazione enunciata.

Elementi linguistici come i pronomi personali e possessivi, gli avverbi, i deittici spaziali e temporali simulano nel testo l’attività dell’enunciazione.

Altri morfemi, come i nomi propri corrispondenti agli attanti dell’enunciato, producono una forma di discorso oggettivo, una illusione referenziale (sembra che si riferiscano a qualcosa di esterno al testo).

Una volta che si è realizzato il debrayage esiste la possibilità di un ritorno all’enunciazione, ovvero di embrayage.

E’ la messa in atto delle operazioni di debrayage ed embrajage che consente all’enunciatore di istituire nel discorso enunciato gli attori, un’organizzazione spaziale e temporale, analizzabili con gli strumenti della semiotica del racconto (attorializzazione, spazializzazione, temporalizzazione).

La trattazione di Benveniste non distingue però l’aspetto orale e quello scritto del discorso e il suo lavoro origina differenti direzioni di sviluppo:

Semiologica, studia l’enunciazione a monte, è un approccio interessato alle condizioni di generazione del senso nel racconto, non al testo come prodotto del processo comunicativo, e privilegia l’analisi di testi scritti o visivi.

Linguistica, studia l’enunciazione a valle, privilegia l’analisi degli usi del linguaggio ordinario, della comunicazione faccia a faccia, delle conversazioni.

Indici linguistici dell’enunciazione

Si possono considerare gli indici linguistici attraverso cui si costruisce nel testo la relazione tra:

– soggetto ed enunciazione;

– soggetto ed enunciato;

– enunciatore ed enunciatario.

I morfemi linguistici si differenziano a seconda del tipo di referenza a cui rimandano:

– possono riferirsi al contesto esterno extralinguistico;

– al contesto dell’enunciato;

– all’enunciazione.

1. Elementi linguistici che manifestano la relazione tra enunciatario ed enunciazione.

Pronomi personali (io e tu), si definiscono solo in rapporto all’atto di enunciazione.

Pronomi dimostrativi (questo), indicano oggetti in relazione con la situazione enunciativa.

Tempi verbali (presente), possono riferirsi o meno al momento dell’enunciazione. Il presente è comprensibile solo in relazione al presente dell’enunciazione.

Forme avverbiali  di tempo: possono riferirsi a un tempo già enunciato nel testo (anaforici come allora, in questo momento); al tempo dell’enunciazione (deittici come ora, adesso).

Avverbi di luogo (qui).

2. Marche linguistiche che esprimono la relazione tra enunciatore ed enunciato.

Modali: verbi che esprimono un atteggiamento proposizionale (supporre, credere); modi verbali che suggeriscono augurio o apprensione; aggettivi apprezzativi o espressioni di incertezza (forse, probabilmente).

In questo caso oltre al livello verbale si può analizzare anche quello prosodico (torno, enfasi) e ritmico.

3. L’enunciatore stabilisce una relazione con l’enunciatario, per influenzarlo.

Per mezzo dell’interrogazione, dell’imperativo, dell’asserzione in forma performativa (ti prometto).

***

L’uso degli elementi linguistici può produrre effetti enunciativi (effetto di realtà, di presenza).

L’analisi delle operazione di debrayage ed embrayage consente di capire come il testo presenti l’immagine di chi sta parlando (enunciatore), come esso costruisca parallelamente il suo enunciatario, cioè il suo simulacro, ma anche le strategie manipolative del discorso stesso e le sue opzioni ideologiche; più in generale, come nel testo venga a costituirsi una sorta di stile del discorso e di identità dell’enunciatore.

***

Approfondimenti:

Concetto saussuriano di Langue

Il punto di partenza è l’opposizione tra langue e parole, le due componenti del linguaggio. La parole è composta dagli atti linguistici concreti, mentre la langue è il patrimonio linguistico (grammaticale, lessicale e fonologico) di chi fa parte di una comunità linguistica. La parole è irripetibile ed individuale, perché è legata al momento e alla persona che compie l’atto linguistico. Al contrario, la langue è fissa, regolare e astratta.

Concetto strutturalista di codice

Strutturalismo [Enciclopedia Treccani]

Concetto Chomskiano di Competenza

Dopo aver affermato che la funzione della memoria non è cosí determinante come si crede, Chomsky mette in evidenza l’importanza fondamentale della “competenza linguistica”, che si acquisisce dalla nascita. Essa consiste in “un insieme di regole che possiamo chiamare la grande matematica del linguaggio”. Comprendere frasi mai prima udite è possibile perché la grammatica possiede una componente sintattica, una morfologica e anche una semantica.

[Noam Chomsky su Filosofico]

Manetti, L’enunciazione. Dalla svolta comunicativa ai nuovi media, Mondadori università editore, 2008

[http://www.deastore.com/libro/l-enunciazione-dalla-svolta-comunicativa-ai-giovanni-manetti-mondadori-universita/9788888242651.html]


Interpretazione

L’assunto di base della semiotica interpretativa è che un testo sia incompleto senza l’intervento di un lettore.

Per raggiungere il giusto equilibrio tra il detto e il non detto, il mittente deve indovinare la competenza enciclopedica del destinatario.

Decodifica aberrante: il destinatario interpreta il testo in maniera diversa da come l’autore intendeva che il testo fosse interpretato.

L’autore può cercare di indirizzare il lettore:

– Introducendo segnali che selezionino il ubblico;

– Incoraggiando un certo percorso di lettura;

– Evidenziando gli snodi narrativi principali attraverso un appello diretto o stimolando l’attività previsionale del destinatario;

– Fornendo le informazioni utili a una corretta interpretazione.

Esistono testi aperti (che lasciano spazio all’interpretazione) e testi chiusi (come l’orario ferroviario).

Non interessano alla semiotica l’autore e il lettore empirici, ma l’autore e il lettore modello, due strategie testuali.

Lettore modello: un insieme di condizioni di felicità, testualmente stabilite, che devono essere soddisfatte perchè il testo sia pienamente attualizzato nel suo contenuto potenziale.

Autore modello: strategia testuale impiegata dall’autore empirico per indirizzare nel senso voluto l’attività cooperativa del lettore.

Lettore e autore modello sono iscritti nel testo.

Chi legge un testo è chiamato ad avanzare ipotesi circa il significato da attribuire alla superficie espressiva che ha di fronte.

Cooperazione interpretativa.

I punti del testo in cui è stimolata l’attività previsionale e inferenziale del destinatario vengono chiamati disgiunzioni di probabilità.

Il lettore è chiamato a selezionare, dalle possibili accezion degli elementi linguistici presentati nel testo, solo quelle che gli sembrano pertinenti alla luce di una determinata ipotesi di senso.

Testo: ogni porzione del mondo sensibile sulla quale decidiamo di esercitare la nostra attività interpretativa.

L’interprete è tenuto a rimettere continuamente in gioco le sue congetture. Questo processo è un esempio di circolo ermeneutico, ovvero il fatto paradossale ma necessario di interpretare le parti alla luce del tutto e viceversa.

Abduzione

Secondo Peirce tutta la conoscenza assume la forma dell’inferenza, ovvero essa è sempre mediata dal ragionamento e mai intuitiva.

Gli elementi che possono entrare in gioco in un processo inferenziale sono: caso, risultato, regola.

A seconda della posizione assunta da questi tre elementi si hanno diverse inferenze: deduzione, induzione, abduzione.

Deduzione: dalla regola, verificando il caso, verso il risultato. Dall’universale al particolare (Es. Tutti i fagioli in questo sacco sono bianchi; questi fagioli provengono da questo sacco; questi fagioli sono certamente bianchi).

Induzione: dal caso, verificando il risultato, verso la regola. Dal particolare all’universale (Es. Questi fagioli provengono da questo sacco; questi fagioli sono bianchi; tutti i fagioli in questo sacco, forse, sono bianchi).

Abduzione: dal risultato, alla regola, al caso. Tra il risultato e la regola c’è un salto logico (Es. Questi fagioli sono bianchi; tutti i fagioli che provengono da questo sacco sono bianchi; questi fagioli provengono da questo sacco).

Il meccanismo dell’abduzione è in gioco ovunque ci sia interpretazione.

Un’abduzione è tanto più originale quanto più si discosta dai percorsi interpretativi già battuti (p forniti dalla società).

I modelli esplicativi forniti dalla società costituiscono un bagaglio di conoscenze enciclopediche per l’interpretazione. Parte di queste conoscenze provengono dalla possibilità di riconoscere le circostanze di enunciazione dei testi.

La competenza enciclopedica di cui il lettore si avvale per riempire gli spazi vuoti del testo può essere concepita come una serie di rappresentazioni mentali schematiche (sceneggiature) di natura seminarrativa che i membri di una certa cultura hanno elaborato sulla base di ripetute esperienze.

Sceneggiatura: o script, è una struttura di dati che serve a rappresentare una situazione stereotipata.

Default values: elementi della sceneggiatura dati per scontati fino a prova contraria.

Oltre alle sceneggiature comuni esistono anche le sceneggiature intertestuali, di cui fanno parte le regole di genere.

Generi di discorso

L’insieme dei testi di una cultura viene chiamato intertesto, e la conoscenza dell’intertesto è la competenza intertestuale.

L’interpretazione si colloca tra familiarità ed estraneità.

Un testo familiare non ha valore informativo ma ha un effetto consolatorio.

L’estraneità frustra le aspettative del destinatario generando un effetto di confusione.

La capacità di elaborare ipotesi di senso dipende dall’equilibrio tra ciò che è noto prima della lettura e ciò che c’è di inedito nel testo.

Ogni testo è disseminato di segnali di genere per orientare il lettore.

Narrative artificiali e naturali

La prima scelta interpretativa del lettore riguarda il mondo possibile degli eventi raccontati.

Narrative naturali: gli eventi avvengono nel mondo reale. L’enunciatore invita il lettore a credere che gli venga narrato un fatto reale. Fino a prova contraria il lettore accetta i fatti come veri.

Strategie di adesione fiduciaria del lettore:

mascheramento oggettivante, cancellazione delle marche dell’enunciazione che possono far pensare alla parzialità del punto di vista;

mascheramento soggettivante, fa leva sull’autorità del lettore.

Narrative artificiali: il lettore deve credere che quanto legge si vero all’interno del mondo possibile narrativo in questione.

Segnali di finzionalità: metafore, linguaggio figurato, uso poetico del mezzo espressivo, assenza di coordinate temporali precise.

Segnali di realtà: date, personaggi storici, eventi conosciuti, carattere informativo del testo.

Esistono dei generi di confine, come la tv verità, le leggende metropolitane.

Interpretazione e Uso dei testi

Decostruzionisti: ogni interpretazione vale l’altra a secnda del punto di vista scelto dal lettore. Il ruolo attivo del lettore è spinto all’estremo, il margine di libertà interpretativa è illimitato.

Eco: ribadisce l’importanza del lavoro cooperativo.  Il testo si pone sempre come paramentro delle proprie interpretazioni possibili.

Criteri di distinzione tra Uso e Interpretazione:

– Intentio auctoris, quello che voleva dire l’autore empirico;

– Intentio operis, ciò che il testo vuole dire in riferimento ai propri sistemi di significazione e alla propria coerenza testuale;

– Intentio lectoris, ciò che il destinatario fa dire al testo in riferimento ai propri sistemi di significazione e ai propri desideri, pulsioni, credenze…

La semiotica, come il decostruzionismo, non fonda l’interpretazione sull’Intentio autoris.

Eco: vede l’interpretazione come oscillazione tra l’Intentio operis e l‘Intentio lectoris.

Decostruzionismo: sposta l’accento sulla libera iniziativa del destinatario in modo che il testo diventi il puro stimolo per la deriva interpretativa, o semiosi illimitata.

Esistono vai gradi di Uso testuale: in generale l’Uso corrisponde a un atteggiamento non cooperativo del lettore che impone al testo una chiave di lettura estranea all’Intentio operis.

***

Approfondimenti:

Umberto Eco, Lector in fabula

Concetto di Pertinenza di Prieto

Concetto di Intertestualità di Batchin

Decostruzionismo, Rorty

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